Impatto del COVID-19 sulle economie emergenti

Paolo Bascelli, Milano, 20/04/2020

In un contesto come quello in cui ci troviamo oggi e che ci accomuna tutti a livello globale, con poche differenze, cercare di formulare previsioni in ambito economico-finanziario è un compito ancora più rischioso e difficile di quanto già non lo sia in condizioni normali.

Tuttavia, partendo da dati economici già visibili oggi ed utilizzando il passato recente come traccia si possono provare ad individuare alcune possibili evoluzioni dell’impatto che il coronavirus avrà sui Paesi emergenti, specialmente per quanto riguarda i mercati finanziari.

 

Allo stato attuale cosa si sta verificando e quali sono le conseguenze?

 

  • Politiche monetarie espansive applicate da tutte le banche centrali a livello globale: nonostante non vi sia margine di intervento sui tassi di interesse, le banche centrali metteranno in atto programmi di Quantitative Easing che si accompagneranno a politiche fiscali espansive volte a sostenere tutto il tessuto economico. Inoltre in moltissimi casi sono state adottate, temporaneamente (difficile stimare quanto si protrarranno), misure di divieto di distribuzione di dividendi e divieto di buyback, affinchè le aziende trattengano il più possibile la liquidità di cui dispongono. Questi ultimi due divieti avranno, inevitabilmente, un effetto negativo sul corso dei mercati azionari nel futuro prossimo.

 

  • Calo della domanda e della produzione a livello globale: si sta configurando uno scenario recessivo globale, di cui è difficile stimare la magnitudine e la durata, con un’elevata probabilità che si avvii una spirale deflazionistica che sarebbe letale. Un’evidenza in tal senso è fornita dal calo dei prezzi delle materie prime e delle commodities ad uso industriale le quali danneggiano fortemente le economie votate all’export, come quelle dei Paesi emergenti;

 

  • Incremento dell’avversione al rischio sui mercati finanziari: fortissimo incremento della volatilità dei mercati finanziari che ha colpito tutte le asset class e ribilanciamento dei portafogli da asset rischiosi, come l’azionario e l’obbligazionario corporate high-yield, ad asset meno rischiosi e beni rifugio come l’obbligazionario governativo a breve termine americano e l’oro (nella fig.1 è riportato l’andamento della quotazione del future sull’oro);

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Fig. 1. Quotazione del future sull’oro (fonte: Investing.com)

  • La crisi sanitaria, economica e sociale del Coronavirus attualmente non viene gestita in modo coordinato a livello globale ed anche all’interno di alcuni stati: ciò comporterà necessariamente problemi enormi in futuro specialmente in ottica di supply chain con settori produttivi (si pensi per esempio all’automotive) che rischiano di rimanere bloccati per l’inoperatività di alcuni nodi della catena (mancanza di componenti specifiche provenienti da determinati Paesi il cui sistema produttivo è operativo solo in parte).

 

È molto difficile prevedere cosa succederà ai mercati finanziari in futuro, specialmente per quelli dei Paesi emergenti. Le uniche indicazioni ragionevoli si possono trarre se si guarda a quanto è avvenuto in occasione della precedente duplice crisi (mutui subprime del 2008 e debiti sovrani del 2010/2011) ed in occasione del Taper Tantrum. Ipotizzando che quanto si è verificato in precedenza possa essere valido anche ora, nonostante la causa scatenante della crisi attuale sia totalmente diversa, si susseguiranno, probabilmente, 3 fasi (la prima, in parte, si sta già verificando ora):

 

1. Effetto congiunto di ricerca di asset sicuri e facilmente liquidabili da parte degli investitori (oro e titoli di stato governativi a breve termine come i Treasury a 1-3 anni) ed acquisto di titoli di stato, covered bond e corporate bond da parte delle banche centrali come previsto dalle strategie di Quantitative Easing già annunciate di recente. Conseguenze per gli emergenti: da una parte il dollaro si apprezza perché è una valuta rifugio; dall’altra parte il dollaro si deprezza a causa delle manovre di QE, i debiti emergenti denominati in dollari statunitensi diventano meno onerosi, i prodotti esportati dai Paesi emergenti diventano relativamente più “costosi”. Al momento prevale decisamente il primo effetto, con conseguente fuga di capitali dai Paesi emergenti, fortissima contrazione delle esportazioni (specialmente delle materie prime) e forte deprezzamento di tutte le valute dei Paesi emergenti (fig.2);

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Fig.2 Il grafico dell’indice MSCI Emerging Markets Currencies che riporta l’andamento delle 25 principali valute dei Paesi emergenti rispetto al dollaro statunitense (fonte: Investing.com)

2. Superata la fase di turbolenza e avviatosi un trend stabile di ripresa della domanda e dei consumi a livello globale con conseguente miglioramento degli indici di fiducia (IFO, PMI per citarne un paio tra i più famosi), che torneranno ad esprimere un sentiment positivo per l’economia, gli investitori saranno maggiormente propensi a considerare di investire nelle economie emergenti in ottica di rendimenti più alti rispetto a quelli ottenibili investendo in economie mature, anche tollerando, inevitabilmente, un grado maggiore, ma comunque moderato, di rischio (non tanto per particolari condizioni intrinseche all’interno delle singole economie emergenti, ma per la rete di sicurezza costituita dalla liquidità che verrà iniettata nel sistema economico globale attraverso i vari QE e il sostegno finanziario di istituti come Fondo Monetario Internazionale e World Bank). Conseguenze per gli emergenti: la migliore strategia che i Paesi emergenti possono perseguire in questa fase è utilizzare le risorse finanziarie che verranno messe a loro disposizione dal FMI e dalla World Bank, per ridurre il debito pregresso contratto a tassi di interesse più elevati, mettere in campo piani di investimento ed applicare una politica fiscale espansiva, accumulare oro e riserve valutarie in hard currencies (dollari americani) che possano agire da cuscinetto in caso di futuri shock esogeni;

 

3. Le banche centrali mondiali cominceranno a ridurre le iniezioni di liquidità nel sistema economico e procederanno con gradualità ad un rialzo dei tassi di interesse coerentemente con un rialzo ed avvicinamento dei tassi di inflazione al valore obiettivo del 2% circa e con una diminuzione e ad avvicinamento del tasso di disoccupazione al valore obiettivo del tasso naturale di disoccupazione. È bene ricordare che la Federal Reserve secondo il suo mandato persegue ambedue gli obiettivi sopra delineati, mentre la BCE persegue, da mandato, solo l’obiettivo legato al tasso di inflazione. Conseguenze per gli emergenti: i Paesi emergenti dovranno farsi trovare assolutamente pronti in questa fase. Da un lato dovranno aver creato condizioni favorevoli a uno sviluppo sostenibile della propria economia (trasparenza, regolamenti precisi, liquidità e profondità dei mercati finanziari, conti pubblici in ordine senza compromessi sul debito pubblico e sul deficit pubblico), dall’altro le banche centrali di ogni economia emergente dovranno essere attente a non farsi cogliere impreparate ed essere tempestive in caso di attacchi valutari di natura speculativa.

 

Quali indicazioni di massima possono trarre gli investitori in base a quanto esposto sin qui?

 

Gli investitori dovranno privilegiare Paesi emergenti virtuosi in termini di gestione del debito pubblico e di disponibilità di oro e riserve valutarie, restando lontani da economie emergenti che ricorrono alla svalutazione della propria moneta come strumento per mantenere competitività a livello di prezzi. Lo strumento più indicato per ottenere un’esposizione diversificata sui Paesi emergenti è costituito dagli ETF. Tuttavia, negli ultimi anni (a partire dal 2018 circa) le economie emergenti hanno registrato, statisticamente, un incremento della correlazione positiva con l’andamento delle economie mature (l’effetto che ciò produce è una diminuzione del beneficio della diversificazione). Una soluzione per gli investitori potrebbe essere investire nei mercati frontiera, di cui si tratterà specificamente in un futuro articolo, sempre qui, su Algofj.com.

Disclaimer: questo articolo è frutto delle opinioni di chi lo ha redatto e supervisionato. Nessun compenso viene ricevuto per l’espressione di queste opinioni. Si dichiara inoltre di non avere alcun rapporto commerciale con le società e gli enti di ricerca menzionati in questo articolo.
 

Nota bene: le azioni sono uno strumento altamente volatile, pertanto la quota posseduta di tale strumento all’interno del portafoglio deve essere coerente con la propensione al rischio dell’investitore. È consigliabile affidarsi ad un professionista in grado di gestire il rischio in modo efficiente.

 
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