Verso un mondo "Plastic Free": come farsi promotori del cambiamento

Paolo Bascelli, Milano, 16/09/2019

1. Introduzione
 

Il sistema produttivo è ancora oggi caratterizzato da una miopia diffusa che si basa sul concetto della produzione di beni e servizi al minor costo e quindi al minor prezzo possibile per l’utente finale. Con la crescita demografica e le esigenze sempre maggiori della popolazione mondiale, è sempre più necessario che tale modello di produzione e consumo che si caratterizza per la sua linearità (“prendi, crea, consuma”) venga sostituito da un modello circolare che si fondi sul riciclaggio, l’abbattimento degli sprechi (in special modo alimentari) ed il riutilizzo dei beni, abbandonando il legame logico istintivo e pertanto fallace del “vecchio” uguale a “obsoleto”.

L’utilizzo della plastica, in particolar modo per la realizzazione di prodotti monouso, costituisce un esempio pratico ed evidente del modello “prendi, crea, consuma”. La produzione mondiale di plastica dal 1960 fino al 2014, è incrementata più di 20 volte (fig.1), ed è previsto che l’attuale produzione di plastica possa raddoppiare nei prossimi 20 anni.

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Figura 1. La crescita della produzione mondiale di plastica dal 1950 al 2014 espressa in milioni di tonnellate.

Per affrontare il problema è necessario che le istituzioni si facciano in prima persona promotrici del cambiamento, sensibilizzando le persone ad utilizzare materiali alternativi e meno inquinanti rispetto alla plastica e adottando provvedimenti ed incentivi per le aziende che sviluppano materiali alternativi. Bisogna ripensare infatti l’intera filiera ed ogni agente deve essere parte di questo cambiamento, dal produttore di plastica, alle aziende che si occupano di riciclaggio, dai venditori di articoli ai consumatori finali.
L’Unione europea è molto attiva in tal senso. Nel 2015 la Commissione europea ha adottato un “Piano europeo per la transizione verso un modello di economia circolare”. In tale documento programmatico la plastica copre una posizione di rilievo, con la Commissione che si è imposta di adottare provvedimenti e normative che ne riducano sensibilmente l’utilizzo, ponendosi al contempo l’ambizioso obiettivo di rendere completamente riciclabile ogni tipo di imballaggio plastico entro il 2030. Gli sforzi dell’UE al momento si stanno concentrando verso i rifiuti plastici, monouso e non, ritenuti i principali responsabili dell’inquinamento dei mari e delle spiagge: l’obiettivo è bandire o limitare fortemente la produzione e l’utilizzo di tali prodotti (fig.2).

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Fig.2. L’elenco dei 10 tipi di rifiuti plastici che inquinano mari e spiagge di cui l’Unione Europea vuole bandire o limitare fortemente l’uso e la produzione. I primi 9 prodotti nell’elenco sono monouso (fonte: “Single-use plastics”, European Commission)

2. Possibili sostituti della plastica

Esistono già, in commercio, alcune alternative alla plastica come il vetro e l’alluminio, ma l’obiettivo è realizzare materiali che utilizzino risorse rinnovabili già presenti in natura (biomasse) o prodotti di scarto (rifiuti o scarti della produzione alimentare ad esempio) e che siano completamente biodegradabili, riducendo così, a monte, il problema del riciclaggio. Secondo la European Bioplastic esistono tre grandi famiglie di bioplastiche: 1) quella ottenuta (parzialmente o interamente) da biomasse e non biodegradabile; 2) quella ottenuta (parzialmente o interamente) da materie prime non rinnovabili e biodegradabile; 3) quella ottenuta (parzialmente o interamente) da biomasse e biodegradabile. Un’interpretazione molto più stringente è quella fornita dall’Assobioplastiche (Associazione Italiana delle Bioplastiche e dei Materiali Biodegradabili e Compostabili) che definisce bioplastiche solo quelle completamente biodegradabili e compostabili, qualsiasi sia la fonte da cui vengono realizzate (fonti rinnovabili o fonti fossili).

 

L’attenzione principale delle aziende e della ricerca scientifica è rivolta alla terza famiglia delle bioplastiche così come definita dalla European Bioplastic.

 

Le bioplastiche attualmente presenti sul mercato sono, nella stragrande maggioranza dei casi, realizzate utilizzando farina o amido di mais, grano ed altri cereali, si pensi al Mater-Bi (ottenuto dall’amido di mais), al Bioplast (ottenuto dalla fecola di patate), al Solanyl (ottenuto dalla buccia delle patate). Particolarmente promettente, ma non ancora disponibile sul mercato a causa dei costi elevati (non si sono ancora riuscite a sviluppare forme di economia di scala) è la realizzazione di bioplastiche a base di biopolimeri derivanti da processi di fermentazione batterica. Rientrano in questa categoria le bioplastiche PLA (sigla dell’acido polilattico, ottenuta da fermentazione di alcuni zuccheri), un materiabile compatibile per l’utilizzo da parte di stampanti 3D, le bioplastiche PHA (sigla dei poli-idrossi-alcanoati) e le bioplastiche PHB (sigla del poli-β-idrossibutirrato, un derivato dei poli-idrossi-alcanoati).

Sono in fase di sviluppo, inoltre, materiali alternativi e simili alla plastica realizzati a partire da materiali come legno, alghe e miceli che siano anch’essi completamente biodegradabili, compostabili e privi di additivi tossici e microplastiche.

 

 

3. Startup e società che producono materiali alternativi alla plastica

Il numero delle startup e delle aziende che ricercano e producono materiali alternativi alla plastica è in aumento ma ancora limitato.

 

Tra le startup più interessanti meritano di essere citate (in ordine casuale e non di merito):

  • Sulapac: si tratta di una startup finlandese che ha brevettato il Sulapac, un materiale ottenuto dal legno e da altre materie prime rinnovabili, che possiede molte delle caratteristiche della plastica, ad esempio l’impermeabilità all’acqua, che è totalmente compostabile, biodegradabile e senza microplastiche;

  • Ecovative Design LLC: è una startup newyorkese che opera nel settore dei biomateriali. Sta sviluppando materiali biodegradabili e compostabili ottenuti dai miceli che siano impiegabili, principalmente, nei settori del packaging e delle costruzioni;

  • Evoware: si tratta di una startup indonesiana (è opportuno ricordare che l’Indonesia è il secondo Paese al mondo per contributo all’inquinamento oceanico da plastica) che sta realizzando, a partire dalle alghe, un materiale molto simile alla plastica che oltre ad essere biodegradabile e compostabile, sia anche edibile;

  • Good Natured Products: precedentemente Solegear, si tratta di un’azienda canadese in fase emergente (è lo stadio compreso tra quello della startup e quello dell’azienda matura), le cui azioni sono scambiate sul mercato venture capital canadese. Realizza bioplastiche PLA aggiungendo alcuni additivi non tossici per migliorare le performance del materiale sia dal punto di vista meccanico sia dal punto di vista della lavorabilità.

Tra le aziende “mature” invece meritano di essere citate (sempre in ordine casuale e non di merito):

  • Bio-On: azienda italiana bolognese quotata sul mercato azionario italiano ed attiva nel settore delle biotecnologie applicate ai materiali, produce bioplastica PHA (poli-idrossi-alcanoati) totalmente biodegradabile e compostabile a partire dalla fermentazione batterica dello zucchero. È una delle aziende leader nella produzione di bioplastica PHA. La società di recente è stata coinvolta in un attacco perpetrato dall’hedge fund Quintessential Capital Management (QCM), che ha criticato aspramente, basandosi su pareri di esperti scientifici, la tecnologia utilizzata da Bio-On, considerandola superata, inefficiente ed a bassissima produttività. La vicenda non si è ancora definitivamente risolta e gli accertamenti delle autorità sono tuttora in corso;

  • CCL Industries: azienda canadese, quotata sul mercato azionario canadese, leader nella produzione di etichette per il packaging. Per realizzare etichette ad impatto ambientale nullo, l’azienda ha brevettato l’EcoSolve, un materiale completamente biodegradabile e compostabile, compatibile anche con i macchinari attualmente utilizzati per stampare sulle etichette tradizionali di plastica;

  • Novamont: azienda chimica italiana attiva nel settore delle bioplastiche, attualmente non quotata, che produce materiale termoplastico biodegradabile (Mater-Bi) e compostabile a partire dall’amido di mais. Il Mater-Bi è impiegato soprattutto per la realizzazione di sacchetti biodegradabili che stanno sostituendo i tradizionali sacchetti di plastica. È utilizzato inoltre negli imballaggi e nella realizzazione di teli per la pacciamatura (operazione propria dell’agricoltura che si effettua ricoprendo il terreno con degli appositi teli che servono ad impedire la crescita di malerbe, mantenere l’umidità del suolo e proteggerlo dall’erosione e dalla pioggia battente);

  • Solvay: è un’azienda belga, quotata sul mercato azionario belga, che opera nel settore chimico e delle materie plastiche. Produce il Kalix 1000, una bioplastica ottenuta dall’olio di ricino, che viene utilizzato per la realizzazione di parti di apparecchi elettronici sofisticati, quali le attrezzature robotizzate ospedaliere. Appurato il fatto che il Kalix 1000 è ottenuto da fonti naturali rinnovabili non in competizione con l’uso alimentare (a differenza del mais, ad esempio, da cui si ottengono diversi modelli di bioplastiche), non è chiaro se questo nuovo materiale sia anche totalmente biodegradabile e compostabile.

  • BASF: si tratta di una delle aziende leader a livello mondiale nel settore della chimica. È un’azienda tedesca ed è quotata su diversi mercati azionari europei. Produce l’Ecovio, un materiale ottenuto da una mistura di bioplastica PLA e di polimeri biodegradabili Ecoflex (prodotto anch’esso della BASF). L’Ecovio è un materiale compostabile, con le medesime caratteristiche della plastica tradizionale, ma non è totalmente biodegradabile.

4. Conclusioni

Il tema dell’inquinamento ambientale, in special modo oceanico, a causa dell’errato smaltimento dei rifiuti plastici è sempre più al centro del dibattito pubblico delle istituzioni. Molte aziende stanno lanciando iniziative e campagne pubblicitarie che cerchino di associare il proprio brand ad un concetto di “plastic free”, anche se sembra più l’adesione ad una moda che un impegno davvero concreto. Al momento, non esistono molte aziende in grado di produrre materiali completamente biodegradabili che sostituiscano in tutto e per tutto la plastica tradizionale. Si consiglia, pertanto, di prendere le indicazioni contenute in questo articolo come punto di partenza, cui seguiranno ulteriori raccomandazioni e suggerimenti, in caso di sviluppi che risultino particolarmente allettanti in ottica di investimenti di medio-lungo periodo.

Disclaimer: Questo articolo è frutto delle opinioni di chi lo ha redatto e supervisionato. Nessun compenso viene ricevuto per l’espressione di queste opinioni. Si dichiara inoltre di non avere alcun rapporto commerciale con le società e gli enti di ricerca menzionati in questo articolo.

Nota bene: le azioni sono uno strumento altamente volatile, pertanto la quota posseduta di tale strumento all’interno del portafoglio deve essere coerente con la propensione al rischio dell’investitore. È consigliabile affidarsi ad un professionista in grado di gestire il rischio in modo efficiente.

 
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